Conlaccento

Un blog sul web making di Antonio Trifirò

L'accessibilità non è beneficenza (e nemmeno una checklist)


Fino a qualche anno fa, quando proponevo a un cliente di investire sull’accessibilità del suo sito, la parte difficile era farne capire il valore. La risposta tipica era una variante di “ma i nostri utenti non ne hanno bisogno”, e l’argomento finiva lì, schiacciato tra il budget e la scadenza.

Oggi, con l’European Accessibility Act pienamente applicabile dal 28 giugno 2025, la situazione si è ribaltata: l’accessibilità me la chiedono. Ed è una buona notizia, davvero. Però mi capita spesso di sentirla chiedere con un tono preciso: come un pezzo da aggiungere al progetto, una sezione a parte pensata per qualcun altro. Nessuno lo dice in modo esplicito, ma il sottotesto è quello di una moneta messa nel cappello. Un obolo per i poveretti.

Il problema, insomma, non è sparito: ha solo cambiato forma. E secondo me vale la pena guardarlo da vicino, perché dietro quel tono ci sono due errori opposti che finiscono nello stesso posto.

Il pietismo: l’accessibilità come gesto di bontà

Il primo errore è il pietismo: pensare all’accessibilità come a una gentilezza che facciamo a qualcuno meno fortunato.

Raramente si presenta in modo esplicito. Più spesso lo riconosci da come viene impostato il lavoro: l’accessibilità come voce separata in fondo al preventivo, l’idea di una versione apposita del sito, la proposta di affrontarla “alla fine, se c’è tempo”. Niente di tutto questo nasce con cattive intenzioni, anzi: spesso c’è sincera buona volontà. Ma ha conseguenze molto concrete.

  • Cambia il ruolo delle persone. Chi ha una disabilità smette di essere un utente con gli stessi diritti degli altri e diventa qualcuno che riceve un favore. E i favori, per definizione, si possono anche non fare.
  • Rende l’accessibilità tagliabile. Se è un extra caritatevole, è la prima voce che salta quando il progetto è in ritardo o fuori budget.
  • Produce soluzioni di serie B. La “versione accessibile” separata, il sito parallelo semplificato, il widget che si sovrappone alla pagina: tutte strade che tengono le persone con disabilità in una stanza a parte, invece di farle entrare dalla porta principale.

Il cambio di sguardo che propongo è semplice da dire e meno semplice da praticare: rispetto al posto della pietà. Quando rendi accessibile un sito non stai facendo beneficenza: stai facendo bene il tuo lavoro per tutte le persone che lo useranno.

L’altro errore: la conformità come adempimento

C’è poi l’errore opposto, che è un po’ il figlio della normativa. Se l’accessibilità diventa un obbligo di legge, la tentazione è trattarla come qualsiasi altro adempimento: una checklist da spuntare per mettersi al riparo, un audit da superare, un bollino da esporre.

Il problema è che conforme non vuol dire usabile. Un sito può passare un audit WCAG ed essere comunque frustrante da usare con uno screen reader; un altro può avere qualche difetto formale e funzionare benissimo per chi lo usa davvero.

Lo spiega molto bene Fabrizio Caccavello in un articolo recente su Webaccessibile.org, La scelta tecnica non è mai un atto neutrale. Il suo tema principale è l’intelligenza artificiale, ma il ragionamento di fondo vale ben oltre: “un codice conforme può essere comunque la scelta sbagliata, e per accorgersene serve competenza”.

L’esempio che porta è quello di un campo data in un modulo. Campi separati per giorno, mese e anno, un date picker, l’input nativo del browser, un campo di testo libero: possono essere tutti conformi alle WCAG. Ma i campi separati hanno senso per una data di nascita, il calendario per una prenotazione, l’input nativo in contesti mobili. Il criterio ti dice cosa non devi sbagliare; quale sia la soluzione giusta lo decide il progetto, cioè chi lo usa e per fare cosa.

Ecco il filo che lega i due errori. Il pietismo e la conformità di facciata sembrano agli antipodi, uno emotivo e l’altro burocratico, ma hanno lo stesso effetto: mettono l’accessibilità fuori dal mestiere. Nel primo caso è un gesto caritatevole che si aggiunge al progetto, nel secondo un adempimento che gli si appoggia sopra. In nessuno dei due casi fa parte del modo in cui il progetto viene pensato.

La norma, in questo senso, è il minimo da garantire, non l’obiettivo da raggiungere. È lo stesso discorso che facevo sul meccanismo di feedback: puoi viverlo come un rischio da minimizzare o come un’occasione per migliorare, e la differenza la fa lo sguardo, non la legge.

Il rispetto: l’accessibilità come faro della UX

Se invece rimetti l’accessibilità dentro il mestiere, succede una cosa interessante: smette di essere un vincolo e diventa una bussola.

Chiederti “funziona per chi naviga da tastiera? Per chi usa uno screen reader? Per chi fa fatica a leggere testi lunghi?” ti costringe a fare domande che un buon progetto dovrebbe porsi comunque: qual è la gerarchia delle informazioni, cosa deve fare l’utente in questa pagina, quanto gli costa farlo.

E le risposte non servono solo a chi ha una disabilità permanente. Servono a chi ha una disabilità temporanea, tipo un polso ingessato che lo obbliga a usare la tastiera o una mano sola. E servono a chi è in una condizione situazionale: chi guarda lo smartphone sotto il sole, chi tiene in braccio un bambino, chi è stanco a fine giornata e legge di fretta. Cioè, prima o poi, tutti noi.

Ma c’è un aspetto che secondo me si sottolinea troppo poco, e che con i clienti funziona più di qualsiasi discorso etico: un progetto accessibile funziona meglio a prescindere dalle abilità di chi lo usa, e quindi lavora anche a favore degli obiettivi del progetto stesso.

Pensa a una call to action. Se il bottone “Richiedi un preventivo” ha un contrasto adeguato con lo sfondo, non lo vede meglio solo chi ha una ridotta sensibilità al contrasto: si vede meglio e risalta di più anche per chi ci vede benissimo. È più facile da trovare, più facile da cliccare, più probabile che venga cliccato. Lo stesso vale per un focus ben visibile, che aiuta chiunque a capire dove si trova in un modulo; per un’area cliccabile abbastanza grande, che si centra meglio col pollice; per un testo scritto in modo chiaro, che si capisce prima.

Nessuna di queste è una concessione a una minoranza. Sono scelte che rendono il prodotto più chiaro, più usabile e, alla fine, più efficace nel fare quello per cui è stato costruito: vendere, informare, raccogliere contatti. L’accessibilità, vista così, non toglie niente al progetto: lo rende migliore per tutti.


Quindi la prossima volta che senti parlare di accessibilità come di un pezzo da aggiungere per qualcun altro, prova a spostare la conversazione. L’accessibilità non è un obolo da lasciare a qualcuno, e non è nemmeno una spunta da mettere per stare tranquilli: è qualità del progetto, e il rispetto per le persone che lo useranno è il modo più diretto per ottenerla.

Peace&Love! ✌️