Conlaccento

Un blog sul web making di Antonio Trifirò

Ho riletto «L'uomo artigiano» di Sennett per capire l'AI (e il mio mestiere)


C’è un libro che, qualche mese fa, ho tirato giù dallo scaffale: L’uomo artigiano di Richard Sennett. È uno di quei saggi che ti sembra di aver capito, e poi lo riprendi in mano in un altro momento della vita e ci trovi cose diverse. Questa volta ci sono tornato per un motivo preciso: certi pensieri miei — e parecchi discorsi letti o sentiti in giro, sul web e tra colleghi — continuavano a riportarmi a queste pagine.

Questa non è una recensione, o almeno non solo. È il tentativo di leggere un libro del 2008 con la lente di oggi, e chiedermi una cosa che mi gira in testa da un po’: cosa vuol dire ancora fare bene il proprio mestiere, quando una macchina può farne una buona parte al posto tuo?

La definizione che conta (e l’equivoco da togliere di mezzo)

Il cuore del libro sta in una definizione semplice e disarmante. Per Sennett l’artigianato è il desiderio di fare bene un lavoro per il gusto di farlo bene — un impulso umano duraturo, non un mestiere specifico.

Qui va tolto subito di mezzo l’equivoco più comune. Quando diciamo “artigiano” pensiamo al falegname, al ceramista, alle mani sporche di qualcosa. Sennett fa di tutto per allargare quel campo: l’artigiano non è il manuale contrapposto all’intellettuale. Il programmatore che tiene pulito il suo codice, il medico che affina la diagnosi, il musicista che ripassa lo stesso passaggio mille volte — sono tutti artigiani, nella misura in cui coltivano quella dedizione alla qualità fine a se stessa.

E l’esempio a cui Sennett affida questa idea è, guarda caso, il nostro. Per mostrare cosa sia l’artigianato oggi, apre il libro con la comunità open source che ha costruito Linux: la chiama un «mestiere pubblico», un codice aperto a chiunque voglia contribuire, in cui la qualità nasce dall’intreccio continuo tra il risolvere problemi e il trovare quelli giusti — lo stesso spirito delle vecchie botteghe. Difficile trovare una descrizione più azzeccata di cosa voglia dire fare bene questo mestiere.

Il che vuol dire una cosa precisa per chi legge questo blog: chi sviluppa, progetta e rende accessibile il web è un artigiano. Non per nostalgia del legno, ma perché il web è un materiale, con le sue resistenze, e farlo bene richiede lo stesso tipo di dialogo tra la testa e la mano di cui parla Sennett.

La parabola del CAD (scritta nel 2008, ma parla di oggi)

E qui arriva il pezzo che mi ha fatto scattare qualcosa.

Sennett dedica pagine bellissime a uno strumento che, ai suoi tempi, era la novità che spaventava gli architetti: il CAD, la progettazione assistita dal computer. Il suo argomento, molto in sintesi, è che quando il progettista smette di disegnare a mano e delega tutto allo schermo, rischia di perdere la comprensione di ciò che sta progettando. Il tratto a mano è lento, impreciso, faticoso — e proprio per questo ti costringe a stare dentro il problema, a capire il terreno, le proporzioni, i vincoli. La facilità dello strumento può atrofizzare il capire: ottieni un rendering perfetto di qualcosa che non hai davvero compreso.

Cambia tre lettere e hai la scena di oggi. Il CAD è l’assistente AI; l’architetto sono io che accetto un blocco di codice che funziona ma di cui non seguirei ogni riga; il rendering perfetto è la risposta pulita e sicura di sé che compare in due secondi. Il rischio che Sennett descriveva quasi vent’anni fa è esattamente il nostro. Generare un layout, un componente, una query senza attraversarli è la versione 2026 del progettare senza aver mai guardato il sito.

Non è un dettaglio da poco che lo avesse visto così presto: significa che il problema non è la tecnologia specifica. È una tentazione che accompagna ogni strumento che ci risparmia fatica.

L’attrito è il posto dove si impara

Perché la fatica conta? Perché per Sennett — ed è l’altra grande idea del libro — si pensa facendo. La conoscenza più preziosa, quella che lui chiama tacita, non sta nei manuali: nasce dall’attrito con il materiale, dagli errori, dai vicoli ciechi, dal “questo non funziona e non so ancora perché”.

Chiunque scriva codice lo riconosce. Le cose che so davvero non le ho imparate quando tutto filava liscio. Le ho imparate quando un bug mi ha tenuto sveglio, quando un layout si rompeva solo su un certo dispositivo, quando ho dovuto capire perché quell’anello di focus spariva. L’attrito era noioso, sì. Ma era anche l’unico posto in cui stavo imparando qualcosa.

L’AI, per sua natura, toglie l’attrito. È il suo valore e insieme il suo pericolo: ti fa saltare proprio la parte in cui, storicamente, si diventava bravi.

Il ribaltamento: lo strumento non è il nemico

A questo punto la conclusione facile sarebbe: allora l’AI è il nemico dell’artigiano, spegnila e torna a soffrire.

Ma non è quello che dice Sennett, e non è quello che penso io. Sennett non è un luddista: non ce l’ha con il CAD, ce l’ha con l’uso del CAD che spegne il cervello. Lo strumento in sé è neutro. Un architetto può usare il computer per esplorare venti varianti che a mano non avrebbe mai avuto il tempo di provare — restando ingaggiatissimo — oppure per accettare la prima cosa carina che lo schermo gli sputa fuori. La differenza non è nello strumento. È in lui.

Vale identico per noi. L’AI non è né amica né nemica dell’artigiano del web: è un attrezzo come il CAD. La domanda giusta non è se usarla — quella nave è salpata — ma se restiamo dentro il lavoro o se lo deleghiamo per non-pensare. Puoi usarla per andare più veloce su ciò che già padroneggi, per esplorare approcci, per avere un pari con cui litigare su un’idea. Oppure per firmare codice che non capisci. Lo stesso strumento, due mestieri opposti.

È lo stesso both/and di cui ho scritto a proposito di APCA e del contrasto: raramente la risposta onesta è “questo sì, quello no”. Quasi sempre è “dipende da come”.

Restare artigiani del web, con l’AI accesa

Tradotto in pratica, per me vuol dire tenere qualche paletto. Non regole morali, criteri di mestiere:

  • Capire ciò che accetti. La riga di codice che accetti entra sotto la tua firma. Se non sapresti spiegarla a voce, non l’hai scritta tu: l’hai solo fatta passare. Va bene chiedere all’assistente di scriverla, non va bene non capirla.
  • Tenere per te il problem-finding. L’AI è bravissima a risolvere il problema che le poni. È pessima a capire qual è il problema giusto da porre — quello resta il lavoro più artigiano che ci sia, ed è anche il più difficile da delegare.
  • Non svendere la qualità che nessuno ti chiede. L’accessibilità è l’esempio che ho più a cuore: un componente “che funziona” e uno che funziona anche da tastiera, con uno screen reader, con il focus visibile, si somigliano tantissimo agli occhi di chi ha fretta. L’assistente, se non gliela chiedi, ti darà spesso il primo. La differenza la mette l’artigiano che sa che va fatta comunque — per il gusto di farla bene, appunto.

Nessuno di questi paletti richiede di rinunciare allo strumento. Richiedono di restare la persona che tiene in mano lo strumento, e non il contrario.


Riletto oggi, L’uomo artigiano non è un libro contro le macchine. È un libro su una cosa che le macchine non possono avere al posto nostro: la voglia di fare bene le cose per il gusto di farle bene. Quella voglia è l’unica parte del mestiere che nessuna AI ti toglierà, ma è anche l’unica che puoi decidere di mollare tu.

Il rischio, in fondo, non è mai stato lo strumento. Il rischio è smettere di volerci mettere le mani.

Peace&Love! ✌️